Irina Brook: La trilogie des îles @ Festival dei Due Mondi

Irina Brook: La trilogie des îles @ Festival dei Due Mondi
di Paola Pelagalli

Nell’ambito della 56aedizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, Irina Brook presenta l’ultimo lavoro della sua compagnia Irina’s Dream Theatre : La trilogie des îlesLa trilogia delle isole – composta da Tempête, Une Odyssée, L’île des esclaves. Il ciclo di tre spettacoli è costituito da una perspicace rivisitazione delle opere di Shakespeare, Omero e Marivaux in chiave moderna.

La trilogie des îles
di: Irina Brook
con: Hovnatan Avedikian, Renato Giuliani, Scott Koehler, Jeremias Nussbaum, Augustin Ruhabura, Isabelle Townsend, Ysmahane Yaquini
aiuto regia: Geoffrey Carey
responsabile di compagnia: Renato Giuliani
scenografie: Noëlle Ginefri-Corbel
ingegnere suono: Samuel Serandour
ingegnere luci/direttore tecnico: Thibault Ducros
costumista/assistente scenografo: Philippe Jasko
segretario di produzione: Angelo Nonelli

Dal 29 giugno al 14 luglio 2013 – Festival dei Due Mondi, Spoleto.

Se per le strade del borgo di Spoleto durante il Festival dei Due Mondi fuori dai teatri in cui i più grandi tra attori e registi si mostrano a regnare è un silenzio devozionale, più su, giusto ai piedi della rocca, dove si è insediata Irina Brook e la sua compagnia, le porte socchiuse della chiesa di San Simone lasciano trapelare musiche da contest rap e le risate di un pubblico in delirio: è il teatro che finalmente respira.

Il palcoscenico che le è stato affidato rende già di per sé tutto fuori dall’ordinario: la ex-chiesa di San Simone, sul finire dell’Ottocento sconsacrata e volta a caserma militare, è oggi totalmente spoglia da qualsiasi oggetto che ricordi il suo passato. Varcarne la soglia, superare le volte rifugio dei piccioni, è già entrare nel mondo immaginato dalla Brook.; un’ambientazione marittima, dove si cammina sulla sabbia di una spiaggia, si ode un’aria marinaresca di fisarmonica in sottofondo e si spazia tra bauli e cianfrusaglie che un’ultima marea sembra aver abbandonato tra le navate.

Così, infine, si raggiunge l’isola, cornice di raccordo dell’intera trilogia: luogo significativo, che vi si arrivi a seguito di un naufragio, o perché costretti all’esilio o che sia la casa a cui con nostalgia si attende di tornare.

Una scena che non cambia mai, dunque, ma che nella mente dello spettatore apre di continuo panorami e spazi immensi, complice la disarmante semplicità con la quale la compagnia della Brook rappresenta ciascuna opera; il lampeggiare di un rotolo di carta d’alluminio basta ad evocare la tempesta di Prospero; ortaggi in veste di burattini divengono gli strumenti con cui Ariel ne spiega le dinamiche; un ananas si ritrova oggetto della lussuriosa vanità di un sognante Iphicrate. Il cambio di vestiti nel passaggio da un personaggio all’altro è indicato dall’aggiunta di un cappello o da travestimenti fatti di parrucche e stoffe colorate che ricordano le rappresentazioni dei giochi da bambini.

Arriviamo così a Tempête e Une Odyssée, i cui titoli modificati ci danno indicazione delle intenzioni della regista sull’indirizzo di tali storie; l’articolo determinativo sottratto al primo e l’indeterminativo aggiunto al secondo eliminano l’ipotetico diritto di proprietà dei personaggi a cui gli autori le hanno affidate. Vengono ora consegnate all’universalità dell’uditorio.

Nell’isola shakespeariana, la vicenda e l’ambientazione rimangono tradizionali, se non fosse per il motivo di scontro tra Prospero – Renato Giuliani - e suo fratello Antonio : nella nuova versione del dramma, nemici non per l’eredità del ducato di Milano, ma per la gestione di un ristorante napoletano. E di conseguenza, Calibano – Hovnatan Avedikian -, schiavo del mago – e chef ! – Prospero, svolge mansioni di lavapiatti ; mentre Ferdinand – Jeremias Nussbaum - riesce ad ottenere la mano di Miranda – la bravissima Ysmahane Yaquini - conquistando la fiducia del padre attraverso un piatto di spaghetti cucinato alla perfezione. Una popolarizzazione, ma non certo una svalutazione del tema del perdono, dell’emancipazione dalla schiavitù di altri e della propria personalità, della difficoltà di rendere libertà e ottenerla.

L’Odyssée di Irina Brook, d’aprés Homère come recita il sottotitolo, prende invece il via da una lezione di letteratura greca tenuta dal professor Giuliani, al quale gli studenti fanno, modernamente, il verso. E così proseguono, sinché non si ritrovano, per magia, a vivere le medesime avventure da loro derise. Il novello Ulisse e il suo gruppo di compagni si ritrovano ad attraversare il paese dei Lotofagi, raffigurati come americaneggianti insegnanti di yoga, a conoscere uno sbadato ed ermafrodito Hermes, ad affrontare il ciclope Polifemo, dal quale antro fuggono astutamente gattonando sotto una pecorella peluche, ad essere trattenuti dalla suadente e voluttuosa Circe e, infine, a giungere in soccorso di una Penelope assediata dalle tragicomiche performance dei proci.

In ultimo, la rielaborazione de L’île des esclaves di Pierre Marivaux in cui un rovesciamento della realtà fa sì che una coppia di nobili, Iphicrate e Ephrosine – Hovnatan Avedikian e Isaelle Townsend – si ritrovino sottoposti dei loro schiavi, Arlequin e Cléantis – Jeremias Nussbaum e Ysmahane Yaquini –. Quest’occasione, data loro da Trivelin – Augustin Ruhabura -, gli concederà di sperimentare la libertà dalla schiavitù attraverso la vendetta dei torti subiti ; ma questo non basterà a renderli felici, o almeno non quanto il raggiungimento finale della libertà dalla vendetta, insomma della libertà dalla libertà, dimostrando, come sostiene Trivelin che «la differenza di condizioni non è che una prova che gli dei fanno su di noi».

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